Il nuovo corso economico della Cina e l’integrazione dell’intelligenza artificiale rappresentano i due motori principali per la crescita dei mercati emergenti nei prossimi anni. Da un lato, Pechino sta attuando politiche coordinate per stimolare i consumi e favorire il ritorno di valore per gli azionisti tramite dividendi e buyback. Dall’altro, i colossi tecnologici asiatici dominano la catena del valore dell’IA, beneficiando dell’aumento massiccio di investimenti in chip e server previsto fino al 2030.
È quanto emerso dall’analisi di Ygal Sebban, Investment Director e responsabile del team azionario mercati emergenti di GAM, che in una conferenza stampa a Milano ha delineato i rischi e le opportunità del comparto emergente in un contesto globale in forte mutamento. Secondo Sebban, nonostante le recenti tensioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo vitale attraverso cui transita il 73% dei flussi di petrolio e gas diretti verso l’Asia orientale, lo scenario di base rimane gestibile. Se la crisi dovesse risolversi entro tre settimane, l’impatto sulla crescita globale sarebbe contenuto e i mercati emergenti potrebbero mantenere una posizione di forza. Tuttavia, Sebban ha delineato anche uno scenario più complesso, qualora la chiusura dello Stretto dovesse protrarsi oltre le tre settimane. In questo caso, l’esaurimento della capacità di stoccaggio costringerebbe i produttori a fermare la produzione, con tempi di riavvio non immediati e rischi significativi per le infrastrutture petrolifere e gli impianti di desalinizzazione. Se il prezzo del petrolio dovesse superare stabilmente i 100 dollari, l’impatto passerebbe da gestibile a un potenziale shock macroeconomico, spingendo le Banche Centrali a rivedere i piani di taglio dei tassi o addirittura a rialzare i rendimenti.
Al di là della congiuntura energetica, Sebban sottolinea come i fondamentali di questi mercati siano strutturalmente migliorati rispetto al passato. Oltre ad un fattore demografico in continua evoluzione, che comporta maggiori consumi e crescita economica, anche l’affidabilità creditizia dei Paesi emergenti è profondamente migliorata. Oggi, otto dei primi dieci mercati emergenti vantano un rating investment grade, a fronte dei soli quattro di vent’anni fa. Inoltre, la composizione dei listini è mutata radicalmente, con il peso dei settori tecnologici e dei beni di consumo discrezionali che è aumentato sensibilmente, riducendo la dipendenza dalle materie prime e giustificando valutazioni più elevate. Sotto il profilo ciclico, i mercati emergenti appaiono oggi sottovalutati, con multipli medi di circa 13 volte contro le 21 dei mercati sviluppati. Inoltre, storicamente questa classe di attività tende a sovraperformare quando la FED avvia un ciclo di taglio dei tassi d’interesse. Nonostante l’incertezza sulla futura politica monetaria statunitense, un indebolimento del dollaro e il rafforzamento delle valute locali potrebbero offrire un’ulteriore spinta ai rendimenti.
In conclusione, considerando uno scenario di riduzione delle tensioni nello Stretto, per Sebban la combinazione di fattori strutturali dei Paesi emergenti, uniti a driver ad alto potenziale di crescita quali Cina e IA, rende i mercati emergenti una delle opportunità più convincenti nell’attuale panorama finanziario.