“Nonostante le consistenti riduzioni giornaliere dell'offerta di petrolio, che stanno costantemente diminuendo le scorte globali, i futures sul greggio non hanno subito un’impennata, ma oscillano intorno ai 100 dollari al barile. Per quale motivo?”, si domanda Kerstin Hottner, Head of Commodities di Vontobel, che risponde: “A nostro avviso, ci sono una serie di fattori chiave che (per ora) stanno tenendo sotto controllo i prezzi del petrolio: 1) Ottimismo del mercato su un conflitto di breve durata: gli investitori sembrano confidare nel fatto che il conflitto sarà breve. Negli ultimi dieci anni, le strategie di trading che hanno rapidamente scontato i premi al rischio geopolitico si sono spesso rivelate vincenti, rafforzando questa convinzione; 2) Scorte globali elevate: all'inizio del 2026, le scorte globali di petrolio erano relativamente alte, grazie alla forte crescita dell'offerta sia dei produttori OPEC che non-OPEC. Queste riserve servono attualmente da cuscinetto; 3) Alternative allo Stretto di Hormuz: nonostante le difficoltà, parte del petrolio continua a uscire dalla regione. Circa 6/7 mb/g (milioni di barili al giorno) esportati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti transitano via terra verso i terminal del Mar Rosso, evitando lo Stretto di Hormuz, mentre altri 2 mb/g lasciano l'Iran tramite petroliere; 4) Rilascio delle Riserve Strategiche (SPR): i rilasci coordinati delle Riserve Strategiche di Petrolio, per un totale di 2/2,5 milioni di barili al giorno, hanno contribuito ad attutire l'impatto immediato dello shock dell'offerta”.
Per Hottner, “sebbene questi fattori abbiano per ora attenuato la percezione di una carenza di offerta, la situazione resta instabile. In Asia, il mercato fisico del petrolio si sta già contraendo, con prezzi fisici superiori ai futures a breve scadenza. Tuttavia, i mercati occidentali non hanno ancora compreso appieno la gravità dello shock, poiché i carichi dal Golfo Persico partiti prima dell'escalation stanno arrivando solo ora. Una volta esaurite queste spedizioni, nessun nuovo barile dal Medio Oriente raggiungerà l'Occidente per almeno 5/6 settimane, anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire domani. Questo sfasamento temporale potrebbe portare a gravi interruzioni, incluso un potenziale razionamento. Anche in caso di riapertura dello Stretto, occorreranno mesi affinché alcuni produttori ripristinino la piena capacità produttiva. L'Arabia Saudita potrebbe riprendersi rapidamente, ma Paesi come Kuwait e Iraq dovranno affrontare ritardi prolungati. Sebbene nel frattempo sia possibile attingere ad alcune scorte mediorientali, solo il Kuwait ha accumulato riserve significative nelle ultime settimane”, sottolinea l’esperto.
Prospettive a breve e lungo termine
Hottner evidenzia, alla luce di ciò, che “nel breve termine, i prezzi del petrolio potrebbero muoversi in entrambe le direzioni: se lo Stretto riaprisse, il greggio potrebbe scendere a 80/85 dollari al barile. Se invece si rendesse necessario il razionamento per frenare la domanda, i prezzi potrebbero salire verso i 150 dollari al barile”.
Per l’esperto di Vontobel, “le implicazioni a lungo termine sono invece più prevedibili: 1) I prezzi rimarranno probabilmente elevati per un periodo prolungato a causa della necessità di ricostituire le scorte globali e le riserve strategiche di petrolio. Inoltre, ci aspettiamo che una parte del premio al rischio geopolitico continuerà a pesare sui prezzi del petrolio; 2) La spinta verso l'elettrificazione, specialmente nelle regioni dipendenti dalle importazioni di petrolio come Europa e Cina, subirà un'accelerazione; 3) I Paesi daranno priorità alla resilienza delle catene di approvvigionamento interne e all’aumento della produzione locale. Laddove ciò non fosse possibile, ci aspettiamo un maggiore focus sull'accumulo e lo stoccaggio di scorte di materie prime critiche”.
Hottner spiega inoltre che “ogni settimana di interruzione dei flussi petroliferi aumenta poi i timori di un rallentamento della crescita economica, contrastando il rischio di tassi di interesse più elevati; questo dovrebbe favorire l'oro nel mese di aprile. Le elevate aspettative di inflazione, contrapposte al rischio incombente di uno shock dei consumi che freni la crescita, complicano l'operato delle Banche Centrali. In particolare, poiché uno shock inflazionistico dal lato dell'offerta è difficile da gestire, le Banche Centrali potrebbero essere costrette a sostenere i consumi anche a fronte di un'inflazione crescente. In questo scenario di stagflazione a medio termine, prevediamo una forte spinta per l'oro, con gli afflussi negli Etf che guideranno nuovamente il momentum rialzista. Nel breve termine, tuttavia, lo shock inflazionistico può ancora dominare, mentre alcune Banche Centrali potrebbero aver bisogno di difendere le proprie valute, il che potrebbe portare temporaneamente a ulteriori pressioni di vendita sull'oro”, afferma Hottner, che continua: “Nel lungo periodo, il crescente deficit fiscale degli Stati Uniti tornerà al centro dell'attenzione, innescando un nuovo rialzo per i metalli preziosi. Sotto il profilo geopolitico, la guerra in Medio Oriente potrebbe portare a un riallineamento strategico (un riorientamento del Medio Oriente verso la Cina/Asia) e a un indebolimento del sistema del petrodollaro. L'intenzione dell'Iran di imporre pedaggi per il transito nello Stretto di Hormuz pagabili in Bitcoin o Yuan cinesi rappresenta una sfida diretta al dominio del dollaro nel commercio petrolifero globale. Questa tendenza indebolirebbe certamente il dollaro, ridurrebbe probabilmente la domanda di Treasury Usa e, in ultima analisi, avrebbe un effetto rialzista sui metalli preziosi”.
In conclusione, “per il prossimo trimestre, manteniamo dunque una visione positiva sull'oro e cauta sui metalli bianchi. L'argento e i metalli come palladio e platino risentono in misura molto maggiore rispetto all'oro delle preoccupazioni relative alla domanda industriale, sia a causa dei prezzi record dei metalli, sia a causa degli elevati prezzi dell'energia che potrebbero portare a un rallentamento della crescita. Tutti questi sviluppi confermano che siamo nel mezzo di un ciclo rialzista strutturale e di lungo termine delle materie prime. Gli investitori dovrebbero quindi tornare a considerare le commodity da una prospettiva strategica”, conclude Hottner.